Cosa ne facciamo del Project Manager?
No, non abbiate paura. Il mestiere non è esaurito, anzi!
Il fatto è che un titolo da project manager non si nega a nessuno. Una decina d’anni fa nacque la definizione di project manager “accidentale”, coniata per significare chi, dopo aver percorso alcune esperienze, si sentiva aggiungere la responsabilità di dettare i tempi anche ad altre persone e di azzeccare le stime. Devo però dire che mi riconosco in questa “maturazione” professionale. Fino a non molti anni fa non esisteva alcun titolo di studio specifico e, almeno nelle nostre facoltà universitarie, l’argomento era trattato di striscio, accidentalmente anche lui.
Questo derivava dalla chiara e, ancora oggi, diffusa consapevolezza che il tenere le fila del discorso per arrivare accettabilmente ad una fine era una questione di buon senso e praticità più che di tecniche.
Innegabilmente il famoso pollo alla cacciatora della zia rispettava tutti i passi di un corretto ciclo di vita di progetto: dalla decisione di prepararlo, alla ricetta e quindi alla scelta degli ingredienti, poi l’esecuzione con i compiti delegati (non so perché a me capitava sempre il work package del tagliare le cipolle), il giusto monitoraggio e controllo, se no si brucia, ed un degno finale a tavola proprio per l’ora di pranzo. E, garantisco, il risultato era ottimo anche se la zia era assolutamente avulsa da termini come WBS o monitor and control e non conosceva neppure di fama il signor Gantt.
Il nodo che riscontro però è che, ancor oggi, molti imprenditori e manager sono convinti che per gestire un progetto basti la zia! Cioè esperienza, buon senso e molta, soprattutto molta conoscenza del contesto.
Insomma: alla fine basta un bravo tecnico che abbia dimostrato di sapere cosa fa, se poi si è anche fatto benvolere dagli altri, meglio. Almeno avremo finalmente delle stime corrette e qualcuno che sa discutere con i fornitori.
Ma i risultati poi sono quelli del Chaos Report® che ci ricorda che più dei due terzi dei progetti che vengono avviati non finiscono come avremmo voluto.
Non che le qualità ricordate sopra non servano, ma certamente non bastano. Imparare dai propri errori impone di sbagliare: non è allora meglio imparare dagli errori degli altri, lasciando sbagliare loro e preoccuparsi di raggiungere nel migliore dei modi il risultato?
Esistono attitudini ed esperienze, certo, ma anche tutta una disciplina che ci emancipa dall’ambito artistico ed artigianale per farci raggiungere metodi e tecniche ormai consolidate che, ma solo dopo averle apprese ed applicate, troviamo di buon senso.
Rinunciare ad affidare ad un esperto della gestione il quotidiano evolversi del progetto significa poi di fatto attribuire queste responsabilità, che sono necessarie, a chi non ne ha la disposizione, la preparazione, né il tempo, essendo normalmente uno specialista dell’argomento che il progetto tratta.
La naturale ed evidente conseguenza è quella di perdere uno specialista, che sarà oberato di impegni che non conosce e che svolge malvolentieri, e di non gestire adeguatamente il progetto, raggiungendo, forse, l’obiettivo con chiare penalizzazioni sulla qualità, sui costi e sui tempi.
Se la visione è quella è giusto domandarsi: “che cosa ce ne facciamo del project manager” …dato che non c’è?







